La Terra è un bene comune
Proteggere il territorio significa prendersi cura della comunità e delle generazioni future. Un impegno globale che comincia anche dalle scelte urbanistiche dei nostri Comuni.
NdR: L'immagine di copertina riporta una foto della Torre Viscontea e della Chiesa parrocchiale di Castelnuovo realizzata da Vivere Castelnuovo e rielaborata con IA
Il Segretario dell’Associazione Casa dei Cittadini mi ha gentilmente invitato a proporre alcune riflessioni sul territorio, sull’ambiente, sul paesaggio e sulla città, a partire dalla mia esperienza professionale di urbanista. Accetto molto volentieri, nella speranza di contribuire al dibattito. Il punto di partenza è semplice: il luogo in cui viviamo è un bene comune, la cui cura riguarda tutta la comunità.
Un patrimonio da consegnare al futuro
Sin dai primi anni di università, alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, ci veniva insegnato un principio fondamentale: la Terra è l’unico pianeta sul quale, oggi, l’umanità può vivere. È un bene non riproducibile, che abbiamo il dovere di custodire e consegnare alle generazioni future nelle migliori condizioni possibili.
Considerare la Terra un bene comune significa riconoscere che il territorio, il paesaggio, i fiumi e le montagne hanno un valore collettivo, indipendentemente dalla proprietà pubblica o privata dei singoli luoghi. La loro tutela riguarda tutti, perché dalla loro qualità dipendono la nostra vita e quella di chi verrà dopo di noi.
Lo stesso vale per l’aria, l’acqua e le risorse del sottosuolo. L’estrazione e la trasformazione di petrolio, gas e altre materie prime richiedono ingenti investimenti e sono affidate, nei diversi Paesi, a soggetti pubblici o privati. Il controllo di queste risorse e delle loro reti di distribuzione ha assunto un’importanza strategica tale da diventare anche uno strumento di pressione politica e un fattore di conflitto.

Aria, acqua e clima: una responsabilità condivisa
L’aria è a disposizione di tutti, ma la sua qualità risente dell’inquinamento prodotto dall’industria, dall’agricoltura, dai trasporti e dalle nostre attività quotidiane. A questo si aggiungono le emissioni di gas serra che alimentano il riscaldamento globale.
Anche l’acqua richiede una gestione attenta. In Italia le acque superficiali e sotterranee appartengono al demanio dello Stato: la natura pubblica della risorsa va distinta dalle forme di gestione dei servizi di raccolta, distribuzione e depurazione.
La disponibilità di acqua dolce utilizzabile è tuttavia sottoposta a pressioni crescenti. Occorre limitarne gli sprechi, proteggerne la qualità e regolarne gli impieghi, garantendo anzitutto i bisogni delle persone e tenendo conto delle esigenze dell’agricoltura, delle imprese e degli ecosistemi.
Ecco allora la contraddizione più evidente: dipendiamo da un patrimonio comune che, con le nostre stesse attività, contribuiamo a deteriorare. Riconoscerlo è il primo passo per cambiare comportamenti e scelte collettive.

I limiti dello sviluppo e le diseguaglianze
Nei primi anni Settanta il Club di Roma promosse una ricerca affidata a un gruppo di studiosi del prestigioso Massachusetts Institute of Technology, il MIT. Nel 1972 i risultati furono pubblicati nel rapporto I limiti dello sviluppo.
Attraverso modelli informatici, lo studio analizzava le relazioni tra crescita della popolazione, produzione industriale e agricola, consumo di risorse e inquinamento. Il messaggio era chiaro: in un pianeta finito, la crescita dei consumi materiali e delle pressioni sull’ambiente incontra dei limiti.
Il rapporto esplorava diversi scenari, mostrando sia i rischi del proseguimento delle tendenze allora in atto sia la possibilità di raggiungere condizioni di maggiore equilibrio.
Queste riflessioni hanno contribuito al dibattito sullo sviluppo sostenibile, orientato a soddisfare i bisogni presenti senza compromettere quelli delle generazioni future. Nel confronto sono emerse anche proposte differenti, come la cosiddetta “decrescita felice”, che invita a ridurre consumi e produzioni ritenuti superflui o dannosi.
Per approfondire seriamente questi temi, però, dobbiamo evitare le generalizzazioni. Responsabilità, consumi e possibilità di intervenire sono distribuiti in modo molto diseguale tra Paesi e gruppi sociali. Esistono profonde differenze tra chi dispone di risorse abbondanti e chi fatica a soddisfare i bisogni essenziali. Su questo sarà utile tornare con successive riflessioni.

Il Comune e la comunità: da dove cominciare
Ma noi cittadini e il Comune, la rappresentanza politico-amministrativa più vicina alla nostra vita quotidiana, che cosa possiamo fare? E quale ruolo può svolgere l’urbanistica?
Possiamo fare molto. Il governo del territorio, espressione presente nell’articolo 117 della Costituzione, comprende scelte che incidono direttamente sulla qualità dei luoghi in cui abitiamo. La pianificazione comunale è uno degli strumenti più vicini a noi per tradurre la responsabilità ambientale in azioni concrete.
Due temi meritano una prima attenzione: il consumo di suolo e la risposta al cambiamento climatico.
La strategia europea per il suolo indica l’obiettivo del consumo netto di suolo pari a zero entro il 2050. Si tratta di ridurre le nuove trasformazioni e di recuperare le superfici già artificializzate, tutelando le funzioni del suolo.
Sul versante del ripristino della natura, l’Unione europea punta inoltre alla messa a dimora di almeno tre miliardi di alberi aggiuntivi entro il 2030, nel rispetto dei principi ecologici.
A queste azioni devono accompagnarsi edifici più efficienti, attività produttive con minori consumi energetici ed emissioni e comportamenti quotidiani più responsabili.

Consumare meno suolo, recuperare l’esistente
In Veneto, la legge regionale n. 14 del 2017 ha introdotto strumenti per contenere progressivamente il consumo di suolo, prevedendo quantità massime ammissibili assegnate ai Comuni secondo criteri regionali.
Questi limiti non dovrebbero essere interpretati come superfici da utilizzare necessariamente. Rappresentano un tetto entro il quale compiere scelte motivate, valutando i bisogni effettivi della comunità e le alternative disponibili.
La responsabilità dell’amministrazione comunale, attraverso gli organi competenti e gli strumenti urbanistici, è quindi anche quella di guardare oltre il proprio mandato. Il territorio va amministrato con una prospettiva che superi i cinque anni di una legislatura.
Prima di occupare nuovi terreni, occorre chiedersi quanto sia possibile recuperare edifici inutilizzati, riqualificare aree dismesse e migliorare gli insediamenti esistenti. È su queste scelte che si misura concretamente una politica attenta al bene comune.

Più verde e suoli permeabili
Un secondo ambito di intervento è la riqualificazione ambientale degli spazi urbani.
Il regolamento europeo sul ripristino della natura, il n. 2024/1991, prevede piani nazionali per tradurre gli obiettivi in interventi concreti. Anche gli enti territoriali sono chiamati a contribuire, insieme alle altre istituzioni e attraverso il coinvolgimento della società civile.
Per gli ecosistemi urbani, il regolamento richiede agli Stati di evitare entro il 2030 una perdita netta complessiva, a livello nazionale, di spazi verdi e copertura arborea rispetto al 2024, fatte salve le esclusioni previste. Dal 2031 ne prevede il progressivo incremento, secondo le modalità stabilite.
Per i Comuni, questo indirizzo può tradursi nella tutela degli alberi esistenti, nella creazione di nuovi spazi verdi e nella riduzione delle superfici impermeabili.
Significa anche contrastare le isole di calore, cioè quelle zone urbanizzate in cui asfalto, cemento e scarsità di vegetazione favoriscono temperature più elevate.
Dove possibile, occorre rimuovere pavimentazioni impermeabili e restituire spazio a terra, erba e alberi, oppure utilizzare materiali che consentano all’acqua piovana di infiltrarsi nel terreno. È ciò che viene chiamato depavimentazione o desigillazione del suolo.
Sono interventi che possono rendere gli spazi abitati più freschi, favorire l’assorbimento delle piogge e migliorare la qualità della vita.

La cura della casa comune
Concludo con una citazione doverosa, nell’anno dell’ottavo centenario della morte di san Francesco d’Assisi: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre Terra».
Papa Francesco riprende queste parole all’inizio dell’enciclica Laudato si’, pubblicata nel 2015 e dedicata alla cura della casa comune.
Un richiamo che ci invita a riconoscere il legame tra la Terra che ci ospita, la vita delle nostre comunità e la responsabilità verso le generazioni future.
