Credo.
Prima puntata — Una vita, molte domande
Con questo articolo comincia «Credo.», un percorso in otto puntate nel quale vorrei condividere le domande, le esperienze e le ragioni che accompagnano la mia fede. Partirò dalla mia vita per incontrare poi alcuni grandi interrogativi sull’universo, sulla vita, su Dio e su Gesù Cristo, cercando il confronto con la scienza, la filosofia e la testimonianza cristiana. Scrivo con le convinzioni che ho maturato e con la consapevolezza di avere ancora molto da comprendere, nella speranza di aprire un dialogo anche con chi crede diversamente o non crede, ma anche e soprattutto con chi risente un po’ della zavorra del pensiero debole e del condizionamento di una società consumista ed individualista.
Osservo la società in cui vivo e mi pongo domande
Vivo in Italia, un Paese che ai miei occhi è fra i più belli del mondo. Mi sento fortunato a essere cresciuto dentro una storia così ricca di cultura, arte, scienza e tradizioni.
Basta attraversare i nostri paesi, visitare una città, osservare un paesaggio o sedersi a tavola per accorgersi di quanta bellezza abbiamo ricevuto.
Per me, cattolico, ha poi un significato particolare vivere nel Paese che ospita Roma, cuore della Chiesa e luogo della testimonianza di Pietro e Paolo.
Proprio perché amo questa realtà e le sono riconoscente, osservarne le difficoltà mi provoca inquietudine.
A volte basta un telegiornale per sentirmi scoraggiato: il confronto politico sembra ridursi alla delegittimazione degli avversari; i tempi della giustizia e il peso della burocrazia mettono alla prova la fiducia delle persone; anche opere necessarie alla comunità finiscono dentro contrapposizioni dalle quali sembra difficile uscire.
Mi preoccupa soprattutto la fatica di riconoscerci parte di una comunità.
Ho l’impressione che siamo spesso pronti a rivendicare ciò che ci spetta, meno disponibili a interrogarci su ciò che dobbiamo agli altri.
Eppure, diritti e responsabilità sono inseparabili: una società vive anche della disponibilità delle persone a contribuire al bene comune, come ci chiede esplicitamente l’articolo 2 della nostra Costituzione.
Mi interroga anche il modo in cui affrontiamo l’incontro fra culture e tradizioni diverse. Vorrei che sapessimo accogliere le persone e, insieme, chiedere a tutti il rispetto delle regole comuni, della pari dignità e della libertà di ciascuno.
Mi domando come custodire ciò che abbiamo ricevuto e trasmetterlo attraverso comportamenti credibili, capaci di suscitare rispetto e desiderio di conoscenza.

Nel racconto quotidiano dei media, intanto, tragedie, violenze e conflitti occupano uno spazio che spesso mi sembra lasciare in ombra molto altro. La mia esperienza mi ha fatto conoscere anche un mondo pieno di persone generose: genitori che affrontano sacrifici, giovani che si impegnano, volontari che si prendono cura degli altri, donne e uomini che lavorano con onestà. Sono presenze che fanno meno rumore, ma dalle quali dipende tanta parte della nostra vita comune.
Anche per questo mi chiedo se lo scoraggiamento non rischi di rendere incompleto il mio sguardo.
Quanto di ciò che vedo racconta davvero la società? Quanto bene continua a esistere senza trovare attenzione? E quanto sono disposto io stesso a riconoscerlo e a sostenerlo?
Fra le domande che sento più vicine c’è quella sulla fede. Nelle realtà che frequento vedo quanto sia difficile trasmetterla alle nuove generazioni. Mi colpisce la distanza che si crea, per tanti ragazzi e ragazze, dopo la Cresima; nelle celebrazioni domenicali avverto spesso la mancanza dei giovani.
Mi domando che cosa stia accadendo e quali responsabilità abbiamo noi adulti nel modo di proporre e testimoniare ciò in cui crediamo.
Abbiamo saputo comunicare la gioia e il significato della fede? Abbiamo ascoltato davvero le domande dei più giovani? La nostra vita rende riconoscibile il Vangelo che professiamo?
Sono domande che rivolgo anche a me stesso. Mi chiedo se qualche volta la nostalgia mi impedisca di comprendere il presente, se giudichi troppo rapidamente e se sappia distinguere ciò che merita di essere custodito da ciò che ha bisogno di cambiare.
Da questa gratitudine, da queste preoccupazioni e da queste domande nasce il desiderio di fermarmi a riflettere. E di raccontare perché, pur fra dubbi e tentennamenti, continuo a dire: credo.

Dubbi, domande, tentennamenti
Mi sono chiesto molte volte se il mio modo di leggere la realtà fosse giusto e se, nel prendere le distanze da idee diffuse, non rischiassi di presumere troppo delle mie convinzioni.
Dubbi ne ho sempre avuti. Sono curioso e i miei genitori, credenti autentici, hanno sempre incoraggiato me e i miei fratelli a pensare con la nostra testa. Soprattutto, ci hanno trasmesso con l’esempio principi e valori che ho poi riconosciuto nella dottrina sociale della Chiesa.
La fede ricevuta in famiglia non mi ha impedito di interrogarmi. Nel 1968 avevo soltanto tredici anni, ma il clima di contestazione e le proteste studentesche degli anni successivi hanno accompagnato la mia crescita. Più tardi, mentre frequentavo l’università a Padova, ho visto da vicino gli effetti e i drammi del terrorismo della fine degli anni Settanta. Sono esperienze che hanno suscitato in me molte domande sulle idee, sulle scelte delle persone e sulle loro conseguenze.
Ho imparato a credere?
Sì e no. Crescendo nella piazza di un paesino della provincia di Verona, a due passi dal campanile, è stato naturale fare il chierichetto, partecipare al catechismo e ricevere i sacramenti.
Anche da bambino, però, avevo uno spirito critico che mi faceva storcere il naso quando il parroco, “vecchio stile”, usava toni ed espressioni che sentivo quasi intimidatori. Il mondo che mi circondava mi sembrava troppo bello perché il Creatore fosse soltanto severo e intransigente. Pensavo: “un artista così grande avrà certamente un cuore grande”.
In famiglia si viveva con naturalezza l’essere cattolici. L’insegnamento dei nostri genitori arrivava soprattutto attraverso il loro esempio e il loro stile di vita. Non ringrazierò mai abbastanza il Signore per mamma e papà!
Questo non significa che a casa Bernardi fossero sempre rose e fiori. Abbiamo attraversato difficoltà importanti, nonostante i grandi sacrifici di papà Bruno e mamma Maria. Proprio in quei momenti, però, emergeva la forza del nostro essere famiglia. In tutti gli anni vissuti con loro non ho mai dubitato, neppure per un istante, che si amassero.
Negli ultimi mesi della loro vita ebbero bisogno di due letti separati, con le sponde, simili a quelli degli ospedali. Con i miei fratelli, Claudio e Olindo, ci alternavamo per assisterli e fermarci a dormire da loro.
C’è un gesto che porterò sempre con me. Quando accompagnavo papà a letto, prima di lasciarsi aiutare a coricarsi si appoggiava alla sponda del letto di mamma, si chinava verso di lei e le dava il bacio della buonanotte.

E il dolore?
La bellezza del mondo e l’amore che ho ricevuto non cancellano però una domanda difficile: come si conciliano la fiducia in un Dio buono e la sofferenza, soprattutto quella degli innocenti? Perché il dolore di un bambino? Perché una vita spezzata dalla violenza o dalla malattia?
Non ho una risposta capace di sciogliere queste domande e non vorrei cavarmela con una frase che, davanti al dolore di un’altra persona, potrebbe suonare vuota. Credere, per me, significa anche accettare che queste domande rimangano aperte, senza fingere che la sofferenza sia meno reale.
Ripenso allora al gesto di papà, a quel bacio dato a mamma nella fragilità degli ultimi mesi. Non era una spiegazione del dolore: era amore che continuava a farsi vicino. È una testimonianza che mi accompagna quando cerco di capire che cosa significhi credere e prendermi cura degli altri.
Nel corso di questo percorso vorrei tornare anche su questa domanda, guardando a Gesù Cristo e al modo in cui incontra la sofferenza umana.
Gli incontri che lasciano un segno
Fra queste persone desidero ricordare Chiara Caneva. Nel ringraziarla, penso anche a tutte le donne e gli uomini che, spesso incontrati insieme a Carla, mia moglie, hanno segnato la nostra vita e ci hanno aiutato nelle nostre scelte.
Chiara ha dedicato gran parte della sua vita all’accoglienza di bambini in affido. Per tanti di loro è stata una seconda mamma.
Ricordo l’ultima volta che Carla e io l’abbiamo incontrata nella comunità familiare Gruppo Famiglia Il Nido. Eravamo a cena, seduti a un lungo tavolo insieme a lei, ad alcuni volontari e a una dozzina di bambini. Suonò il campanello ed entrò una famiglia con due bambini, uno dei quali di pochissimi mesi. La mamma corse ad abbracciare Chiara: tornava da quella che era stata anche per lei una seconda mamma. Che bello vedere, in quell’abbraccio, un legame che continuava nel tempo!
Oltre al suo esempio, c’è un racconto di Chiara che ha inciso sulle mie scelte di impegno sociale. Prima di dedicarsi ai bambini con difficoltà familiari, aveva aiutato persone senza dimora. Ci raccontò lo sconforto provato quando alcuni, dopo essere stati accolti e aiutati a trovare condizioni di vita migliori, tornavano alla vita precedente.
Da quell’esperienza era nato in lei il desiderio di intervenire prima, prendendosi cura dei bambini ai quali mancava un ambiente familiare sereno. Non ricordo le sue parole esatte, ma il senso di quella scelta mi è rimasto dentro: cercare di prevenire la sofferenza, oltre ad alleviarla quando si manifesta.
Con Carla ho vissuto l’esperienza dell’affido e poi dell’adozione. Anche attraverso queste esperienze, l’insegnamento di Chiara ha continuato ad accompagnarmi nel mio impegno per promuovere e sostenere la famiglia, soprattutto quando è fragile. Aiutare i genitori a prendersi cura dei propri figli può prevenire situazioni dolorose, tenendo sempre al centro la sicurezza e il bene dei bambini.

Credere e contribuire al bene comune
Quando penso ai miei genitori, a Chiara e alle tante persone incontrate, mi accorgo che il mondo raccontato attraverso le sue ferite è soltanto una parte della realtà. Esiste anche un bene quotidiano, spesso silenzioso, che ho avuto la fortuna di conoscere.
L’incertezza per il futuro, la solitudine delle persone più fragili e l’individualismo mi preoccupano. Ma proprio ciò che ho ricevuto mi spinge a fare la mia parte, nelle piccole cose che posso fare, per testimoniare che c’è speranza e che ciascuno può contribuire al bene di tutti.
Da qui nasce questo percorso. Nelle prossime puntate proverò a condividere le ragioni che sostengono la mia fede e le domande che continuano ad accompagnarla, a partire dal rapporto fra credere e ragionare.
Perché il mio «Credo.» prende forma anche nel modo in cui cerco di vivere, di incontrare gli altri e di assumermi le mie responsabilità.
